Home Economia Gli aiuti all’auto tra imprese nazionali, occupazione e mercato

Traduzioni e Comunicazione

Gli aiuti all’auto tra imprese nazionali, occupazione e mercato
Scritto da Marco Zulberti   
Lunedì 09 Marzo 2009 10:03

Le strategie del governo
Gli aiuti all’auto tra imprese nazionali, occupazione e mercato
I recenti aiuti per il settore auto varati dal governo sono indistintamente rivolti a rianimare gli scambi di mercato e a incentivarne “tout court” la vendita. Subito qualcuno ha avvertito che c’è qualcosa che non va.
Angeletti della UIL, ad esempio, intuitivamente ha raccomandato di “comprare” auto nazionali. Negli altri paesi gli aiuti non hanno infatti l’obiettivo di alimentare forzatamente il mercato, ma quello di sostenere le imprese nelle loro necessarie ristrutturazioni e di finanziare la ricerca di nuovi prodotti in vista della ripresa futura.

Tentare di forzare subito gli scambi di mercato sembra rivelare una bassa conoscenza della complessità del sistema economico e puntare, come i bottegai, a vendere più beni senza riflettere sul sistema complessivo della crisi, di dove stanno effettivamente i problemi dei prodotti, se nei prezzi o nella tecnologia. Questi incentivi di fatto rivelano un carattere ingenuo perché involontariamente affidare il destino dell’economia semplicemente al mercato. Ma chi di noi affiderebbe il proprio piano esistenziale, i progetti della nostra vita al mercato? Il mercato è in grado di “pensare” e progettare il mondo?
Credo proprio di no e che siamo su un pessima strada. Insistere sul mercato come negli ultimi quindici anni, in questa profonda crisi vuol dire affidarsi ad un concetto astratto, a cui è difficile attribuire una carattere positivo di progettualità. Personalmente immagino il mercato come un luogo, una piazza dove alla sera non c’è nulla, come una bocca sempre vuota che tutto fa scomparire. Il mercato è un luogo, il posto dove ad un certo orario qualcuno si trova per scambiare dei beni che si pagano con la moneta. Spento il mercato non rimane nulla. Alimentare gli scambi con incentivi non fa che forzarli, in modo innaturale, ma senza alcuna qualità. In questo senso gli incentivi non fanno altro che alimentare la bocca sempre ingorda del mercato senza incidere sulla crescita effettiva di quanti si sono scambiati quei beni.
Gli aiuti al settore auto, pertanto, non sono identificabili esclusivamente con gli incentivi, che palesano la loro carente natura dal punto dell’analisi, ma possono essere anche l’apertura di linee di credito verso le imprese, fino a veri e propri aiuti diretti finalizzati e condizionati ad un “effettivo” miglioramento della struttura produttiva, dei luoghi, dell’occupazioni e quindi della ricerca e della progettazione di nuovi prodotti. Non si possono perdere di vista gli aspetti strutturali delle produzioni, i luoghi, i modi, la qualità dei diritti degli occupati e la loro formazione. Aiutare semplicemente la frequenza degli scambi sul ”mercato” è una grave mancanza che ha ridotto l’economia italiana nel suo attuale stato di “grande supermercato”, da dove è scomparsa la progettualità tecnologica che abbia al centro un’alta qualità della vita economica.
Anche perché alimentare esclusivamente il numero degli scambi dovrebbe essere un tema più legato alla leva fiscale che al mondo dei finanziamenti e degli aiuti. I finanziamenti, lo dice intrinsecamente la parola stessa, hanno una finalità, uno scopo nel mantenere viva e produttiva un’impresa, non hanno lo scopo di rendere ancora più grande la piazza del mercato in modo che vi sia ancora più caos poi da gestire nella prossima crisi. Gli incentivi rischiano infatti di mettere in ginocchio la propria industria nazionale e senza volerlo di aiutare le altre imprese internazionali dove invece i governi sono molto più attenti e sensibili alla vera natura degli aiuti.
Sarkozy è stato chiaro e gli aiuti veri che vanno oltre gli incentivi già stanziati a settembre andranno alle imprese che non de-localizzano. Nello stesso tempo il presidente Obama intende dare aiuti al settore auto che siano finalizzati alla produzione di macchine meno inquinanti e costose. Nelle fasi di crisi infatti “muoiono” quasi sempre le vecchie tecnologie. Nella precedente crisi del 1982. legata alla prima grande bolla sul petrolio degli anni Settanta, comparvero due prodotti come il personal computer e il cd che hanno fatto nascere due enormi settori industriali. Nel 1992 ai tempi della prima crisi valutaria che colpì non solo la Lira ma anche la Sterlina e le banche Usa, comparve il nuovo settore dei telefonini e della telefonia mobile wire-less.
Questo vuol dire aver chiara la distinzione tra incentivi al mercato e finanziamenti alle imprese con lo scopo di migliorare i prodotti, capacità che finora non vedo nelle decisioni del governo. Il mercato si alimenta con la leva fiscale e la leva fiscale è legata alla leva del taglio della spesa pubblica. Questa è la direzione verso la quale lo Stato dovrebbe andare senza confondere la piazza vuota del “mercato” senza regole, con gli investimenti nelle imprese e nelle infrastrutture.