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Attacco all’autonomia, dalla demagogia alla proposta
Scritto da Roberto Bertolini   
Venerdì 03 Febbraio 2012 10:46

Sole 24 Ore e Gianantonio Stella. Nei giorni in cui l’Autonomia trentina festeggia i 40 anni del secondo statuto di autonomia del 20 gennaio del ‘72 (vedi corsivo a fianco) la “specialità” trentina si trova a fronteggiare gli attacchi di due voci autorevoli: il quotidiano di Confindustria e il noto editorialista del Corriere, entrambi convinti che il Trentino e l’Alto Adige debbano essere ridimensionati. In sintesi: meno soldi alle autonomie speciali.  “531mila abitanti con la disponibilità di 4,5 miliardi di euro” e “sei livelli per la struttura politico amministrativa” queste le critiche principali arrivate via giornale nei giorni scorsi.

In realtà queste critiche non tengono conto – o con malizia eludono – un fattore determinante, ossia che con questi 4,5 miliardi annui il Trentino deve far fronte alla responsabilità su competenze vaste e costose, in primis sanità e scuola, che nelle altre realtà regionali sono (in alcuni casi attraverso un meccanismo di concorrenza) a carico delle casse dello Stato.

La situazione finanziaria del Trentino e dell’Alto Adige è molto peculiare e merita di essere conosciuta a fondo, onde evitare strumentalizzazioni. Semplificando al massimo si può dire che negli ultimi due anni la finanza provinciale è molto cambiata, a partire dalla Legge 5 maggio 2009 N° 42, “Delega al Governo in materia di Federalismo fiscale” che ha portato, nella sua attuazione, al cosiddetto “Accordo di Milano” del 30 novembre 2009, firmato dall’allora ministro Tremonti, da Lorenzo Dellai e Luis Durnwalder. Un testo che spesso viene richiamato anche sui giornali il cui contenuto, però, continua a risultare un po’ nebuloso. In realtà in quegli articoli (ripresi nella “Finanziaria” l. 23 dicembre 2009, N°191 in particolare agli art. 74 ss.)  stanno scritte alcune cose davvero importanti per le “casse” trentine; la più significativa è che viene ridefinito il sistema di finanziamento locale, con la sostanziale abrogazione della cosiddetta “quota variabile” (una complicata quota perequativa che lo Stato versava alle autonomie per la gestione  delle competenze) che viene sostituita dalla più lineare previsione dei “nove decimi”, ossia del 90% delle risorse prodotte in provincia che “restano” sul territorio. Parte integrante dell’”accordo”, poi, erano gli “interventi a favore dei comuni confinanti con le province di Trento e Bolzano” e le “deleghe di ulteriori funzioni” alle due Province, tra cui quella della gestione dell’Università e della cassa integrazione. Questo, assieme ai tagli delle due finanziarie estive del 2011 e della “Stangata” Monti dello scorso dicembre, il “contributo” dell’Autonomia al risanamento dello Stato. In totale, tra tagli e nuove competenze assunte, siamo sui 500 milioni annui a provincia.  Una cifra non indifferente, dunque è ingiusto dire che il Trentino non abbia fatto la sua parte nel “salvare” la barca italiana nei marosi della crisi.

Piuttosto, vale la pena di tornare sul concetto di “federalismo fiscale”, richiamando la regola del 9/10. Si tratta di una prospettiva molto significativa e – invece di demonizzarla – sarebbe opportuno chiedersi: non sarebbe meglio estenderla a tutte le realtà regionali e provinciali?

Tutte le regioni si troverebbe così maggiormente responsabilizzate e potrebbero gestire direttamente i soldi prodotti sul territorio, destinando un 10% allo Stato, che dovrebbe divenire giocoforza più “leggero”. Questo dovrebbe essere il mutamento di prospettiva. E’ chiaro, però, che alcune regioni, specie del Sud, non ce la possono fare. Per questo ci sarebbe un fondo perequativo, che però dovrebbe durare al massimo 10 anni. In quel periodo tutti dovrebbero imparare ad “autogestirsi”. Questa sarebbe la risposta dell’autonomia che non deve chiudersi, ma aprirsi (come dice il presidente Dellai); in questo modo si valuterebbe, infine, quali realtà lavorano bene, e spendono correttamente i soldi che arrivano dalla tassazione e chi li butta. Senza demagogia.