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Alcide De Gasperi: Il ricordo a 60 anni dalla morte
Scritto da Adelino Amistadi   
Martedì 09 Settembre 2014 08:17

Lasciar passare agosto senza ricordare i sessant’anni dalla morte di Alcide De Gasperi mi sembrava profondamente ingiusto. Io ho pochi ricordi di lui, ma uno mi è rimasto dentro, un piccolo ricordo, ma molto significativo.

 

Nell’estate del ‘52 un fulmine uccise a malga Avalina di Roncone una decina di vacche da latte, gettando nella disperazione gli allevatori a cui veniva a mancare gran parte del loro reddito. Allora non c’era mamma Provincia come ai giorni nostri, ma il Parroco del paese scrisse una lettera a nome di tutti a De Gasperi che era in ferie in Valsugana, spiegando il fatto. In pochi giorni arrivarono i Carabinieri, accertarono i danni, e arrivò un assegno in Comune che garantiva un bella cifra, un assegno personale, soldi suoi, per dare una mano agli sfortunati allevatori. Il Parroco lo ringraziò dal pulpito e la gente, commossa, raccontò le virtù di De Gasperi per tutto l’anno. Io ne rimasi fortemente impressionato e per lui ho sempre avuto una specie di particolare devozione.

Così ho pensato di ricordarlo brevemente, nei suoi tratti di uomo e di politico che hanno caratterizzato il dopoguerra, un periodo fra i più tristi della nostra storia. De Gasperi si trovò a dover risollevare un Paese uscito dalle vicende belliche disastrato, lacerato nell’animo e nella dignità e con l’economia nazionale ridotta al lumicino.  Una situazione non dissimile da quella che stiamo vivendo in questi anni, prostrati come siamo  dall’incapacità di riformare il nostro paese secondo esigenze di modernità e di efficienze.

Eppure Alcide De Gasperi impose la sua personalità, per certi versi anomala, compiendo un grande lavoro di costruzione di uno stato democratico e di ricostruzione economica che sono stati all’origine del miracolo economico che ci portò, in poco tempo, ad essere uno dei Paesi più progrediti del mondo. Era un’Italia difficile e tutta da inventare, dopo il periodo fascista, ma De Gasperi si impose riuscendo nel suo intento, garantendo istituzioni che ancora oggi reggono, e un posizionamento atlantico che ci preservò dall’invasione comunista. Come ci sia riuscito, credo sia dovuto ad una duplice considerazione: prima di tutto quando si insediò non c’erano ancora i lacci e i laccioli, oggi chiamati contrappesi costituzionali, che frenavano l’azione del Governo e così De Gasperi poté agire con poteri simili a quelli del  premier britannico. Secondo: il capo del Governo non era un “arcitaliano”, ma, come lo apostrofò Mussolini, “un austriacante”. O meglio, un austroungarico. Più uomo di Stato che di Partito, animato dal patriottismo e dal rigoroso rispetto per le Istituzioni che gli derivavano della sua educazione e delle sue esperienze al Parlamento di Vienna. Uomo di austera cultura asburgica, maturata nelle Università di Innsbruck e Vienna.

“Sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me” disse a Parigi, nel ‘46, partecipando alla Conferenza di Pace, di fronte ai rappresentanti dei paesi vincitori, che lo guardavano sospettosi. E aggiunse: “Io ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere il mio popolo, di parlare come italiano”. E così fece. Perciò visse come un’umiliazione nazionale le pesanti sanzioni che ci imposero nel Trattato di pace. Così come, pur essendo cattolico convinto, tra Stato e Chiesa, scelse sempre lo Stato. E gli costò non poco, a livello personale, resistere alle pressioni di Papa Pio XII che l’avrebbe voluto spostato fortemente a destra, nelle sue alleanze politiche. Tant’è che il Papa la prese male e cancellò un’udienza che gli aveva già fissato. Rimasto sconcertato, De Gasperi replicò con grande dignità: “Come cristiano accetto l’umiliazione, benchè non sappia come giustificarle, come Presidente del consiglio e Ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento, e dalla quale non mi posso spogliare, mi impongono di esprimere stupore per un rifiuto così eccezionale...” De Gasperi non era Andreotti, anche se il divino Giulio gli fu a fianco per tutto il suo periodo di Governo, e fu Andreotti a darne una descrizione del suo carattere particolarmente indovinata: “Intransigenza ferrea nei principi e nelle linee strategiche...ma grande pazienza e duttilità nella ricerca delle soluzioni”.

Insomma il nostro conterraneo era un uomo tutto d’un pezzo, si direbbe oggi, un realista, un politico pragmatico, che ben sapeva con quali forze e con quali personaggi doveva misurarsi. E con il realismo e la concretezza che aveva coltivato nelle sue varie esperienze, De Gasperi fiutò, prima di tutti, il pericolo di allora, della possibile occupazione del potere da parte dei comunisti di Togliatti, della volontà degli stessi di inserirci nell’area d’influenza sovietico-staliniana. Riuscì invece a collocare l’Italia nel cuore dell’Alleanza Atlantica (NATO), volò negli Stati Uniti a cercare investimenti e risorse, lanciò, con altri, l’idea dell’Europa unita, escluse i comunisti dal Governo, modernizzò il paese e soprattutto assicurò all’Italia quella stabilità politica che è il presupposto necessario per ogni crescita economica. Fece, insomma, più o meno quello che oggi tutti ci aspettiamo da Renzi, se vogliamo cavarcela. Nella sua forza, però, De Gasperi, era un uomo solo. Solo perchè diverso, rigidamente attaccato ad una idea di Stato sempre più lontano dalle consorterie clerico-partitiche che iniziavano a farsi largo, reclamando poltrone e potere. Il mondo che stava venendo avanti non era il suo. Sfiduciato ed amareggiato, rinunciò al Governo che gli era stato affidato dal presidente Einaudi, nel ‘53. Nel rinunciare all’incarico sembra che abbia sussurrato:”Popolo italiano dove sei? Qui dentro comandano solo i Partiti...” Non aveva torto, e oggi ne paghiamo più che mai il conto. Deluso, si ritirò in Valsugana, con la sua famiglia dove morì improvvisamente il 19 agosto 1954, e con lui si spense il sogno di una Italia un po’ meno “taliana” e un po’ più “asburgica”. Nel sessantesimo anniversario della sua scomparsa dobbiamo ricordarlo ammirati, per l’uomo che era, per l’idea di Stato da lui impersonata per otto anni, e per essere nostro conterraneo. L’aver dato i natali al più grande statista italiano del dopoguerra, dev’essere motivo di grande orgoglio per l’intero Trentino.