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Traduzioni e Comunicazione

Una «task force» per salvare la Sapes
Scritto da Roberto Colletti   
Giovedì 10 Aprile 2014 06:06

La prima avvisaglia di una situazione debitoria che stava superando il limite di guardia l’ha lanciata Btb-Intesa con la lettera inviata nei giorni scorsi alla Sapes. L’avviso di revoca ha messo in allarme le numerose altre banche esposte con il gruppo Sawam di cui, oltre alla fabbrica di Storo, fanno parte anche le Officine Giudicariensi di Condino. 

Del resto le cifre in ballo sono notevoli, ben oltre i 30 milioni di euro. La preoccupazione è perciò schizzata a livello rosso, mobilitando l’assessorato all’industria che, per raffreddare la crisi, come primo passo ha proposto la costituzione di un gruppo di lavoro per affrontare l’emergenza dell’unico polo manifatturiero rimasto nelle Giudicarie. “Banche ed ente pubblico debbono fare tutto il possibile per salvare 120 posti di lavoro” ha spiegato Alessandro Olivi “Siamo di fronte ad un’azienda in difficoltà finanziaria, ma non decotta e con concrete possibilità di difendere la sua posizione nel mercato automotive.” Argomenti che hanno trovato ascolto, convincendo gli istituti di credito a dare la loro disponibilità a sedersi attorno ad un tavolo per preparare un comune piano di ristrutturazione del debito.

Non sarà un’operazione semplice, né indolore. L’esposizione della Sapes, figlia di una storia antica e travagliata, ha raggiunto una dimensione consistente che oggi supera abbondantemente i 30 milioni. Molte le banche coinvolte. Le principali sono Btb-Intesa e Bnl-Bnp Paribas che hanno concesso finanziamenti attorno ai 10 milioni ciascuna, tre cooperative (le Casse Rurali Adamello Brenta esposta con 4 milioni e Giudicarie Paganella con 1,3, più la Cassa Valsabbina con 2,4), la Popolare del Trentino con 3,2 milioni, Ing Lease con 3,8 milioni. Esposta anche la Provincia attraverso il prestito obbligazionario di 2,1 milioni sottoscritto a suo tempo da Tecnofin e con il lease back di 4,4 milioni concesso nel 2010 da Trentino Sviluppo. Un debito notevole, come si vede, cui si contrappone un fatturato di gruppo che negli ultimi anni di crisi, specialmente nel settore autoveicoli, è calato ai 20 milioni del 2013. E’ tuttavia opinione abbastanza condivisa che l’azienda, ben inserita nella filiera Dana e produttrice di semiassi, pignoni e forcelle destinati alle principali marche europee, occupi una buona posizione di mercato ed abbia potenzialità di sviluppo.

Purché, si aggiunge, riorganizzi la produzione e, soprattutto, accetti un piano di rientro dal debito. “Con tempi precisi ed inevitabili sacrifici. Da parte delle banche ho trovato una pronta disponibilità a costituire la task force per scongiurare la crisi e salvare l’impresa, ma anche l’esplicita richiesta che ciò non si trasformi nell’ennesimo rinvio dell’indispensabile riorganizzazione” avverte Olivi “E’ una posizione legittima e, forse, negli anni scorsi su questo punto si è un po’ tergiversato. La crisi ha cambiato lo scenario.

Ora noi tutti vogliamo salvare la Sapes sia per il suo valore industriale, sia per il lavoro che garantisce alle Giudicarie. La ricetta indicata è rientro dal debito e riorganizzazione. Mi sembra una ricetta ragionevole e percorribile.”

 

* articolo pubblicato sul quotidiano “Trentino” del 28 marzo 2014