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Edilizia. Un’età dell’oro da dimenticare
Scritto da Ettore Zini   
Giovedì 10 Aprile 2014 07:02

Se prendiamo in esame il quadro economico delle Giudicarie, possiamo costatare che le nostre valli sono al quarto posto in Trentino, per numero di aziende artigiane: 1.239. Di cui ben 559 edilizia-dipendenti. Secondo la famosa media del pollo di Trilussa, nei trentanove comuni della zona, ci sono più di quattordici imprese per paese che stanno in piedi solo se tira il settore delle costruzioni. In realtà, sono sparpagliate in modo disomogeneo. Il dato evidente, però, è che quasi una ditta su due, da noi, vive di edilizia. Un settore che, di questi tempi, sta patendo le pene dell’inferno. E, che anche negli anni a venire, faticherà a vedere la luce in fondo al tunnel. Gli ultimi dati a livello Nazionale, perfettamente in linea con i nostri, parlano di un calo delle compravendite di case del 9,2%, nel 2013. 

Per l’intero business immobiliare, il dato scende al -8,9% (– 25,8% era quello registrato nel 2012), il più basso dal 1985. Possiamo illuderci che tra qualche tempo l’economia del cemento tornerà come prima. Ma, le previsioni, e i dati di fatto, dicono che l’era d’oro del mattone è finita. La corsa alla casa, anche alla seconda e di villeggiatura (che tanta parte ha avuto nel mercato immobiliare della Rendena e della zona termale di Comano), potrà avere timidi rigurgiti. Niente di più. Per anni, buona parte della nostra economia – come in tutto il resto della Penisola - si è basata sulla spirale infinita della cementificazione del paese. In futuro - dicono gli esperti, vuoi per i costi, o per un mercato ormai saturo, con la domanda ridotta al lumicino - il comparto avrà ancora contrazioni, mettendo in discussione un modello di sviluppo ritenuto inesauribile.

I primi segnali d’inversione si erano avuti sul finire del 2006. La vera percezione che qualcosa si stava inceppando, si è avvertita, però, nel 2008. Dopo il tetto massimo raggiunto nel 2007, si è cominciato ad avere percezione della chiusura di un ciclo: la fine di un’era. Dal 2000 al 2007, il mercato immobiliare ha vissuto anni paragonabili alla famosa corsa nel Klondike, le imprese del settore sono aumentate del 27%, spiegava un comunicato di Cgil-Cis-Uil, arrivando a coprire il 7% del Pil provinciale, contro il 5,3% del Pil del resto d’Italia. Case e edifici, prima scarsamente appetibili o difficili da collocare, erano diventati pepite d’oro. Con le agenzie immobiliari in affannosa ricerca di case e appartamenti da immettere sul mercato. La richiesta c’era. E, quanto appariva nei depliant delle agenzie, veniva bruciato in pochi mesi. La domanda - come nel più classico dei manuali - superava di gran lunga l’offerta. Il valore degli immobili aveva subito un’impennata eccezionale. Nel passaggio Lira-Euro i prezzi sono addirittura raddoppiati. L’esatto contrario di quanto sta accadendo oggi. Con un mercato in forte contrazione, perché la domanda è pressoché inesistente. Qualche vendita sporadica – denunciano gli agenti immobiliari – e, solo per edifici di pregio. O, in presenza di veri affari.

Tutto era iniziato sul finire degli anni ’90, con il crollo delle borse, e il ritorno degli investitori al mercato degli immobili, considerato nuovamente bene rifugio. In più, a concorrere all’interesse sul mattone, aveva contribuito il basso costo del denaro, e un sistema bancario propenso a concedere mutui. Cosa che aveva indotto molte famiglie a propendere per l’acquisto, anziché stare in affitto. Un sistema saltato con la restrizione del credito da parte degli istituti bancari, mai come ora, guardinghi e poco propensi al finanziamento. Di conseguenza, anche nelle nostre valli, la corsa al mattone ha subito un crollo verticale. Mandando in tilt un settore, finora drogato dall’Ente pubblico, e dalla spasmodica richiesta di abitazioni. La selva di gru che, negli anni ’80 e ’90, erano parte integrante del paesaggio, oggi sono mosche bianche, quasi introvabili. Sdoppiamenti fognari, arredi urbani, costruzione di caserme per forze dell’ordine e vigili del fuoco, palestre, piscine e opere pubbliche che, tanta parte hanno avuto nel nostro sistema produttivo, sono terminati. Anche per le grandi opere, i tagli ai bilanci hanno obbligato a bruschi ripensamenti. In pratica, anche per i più ottimisti, è difficile credere che gli anni a venire riservino ancora un cielo privo di nubi, per il comparto costruzioni  e il suo indotto.

Il problema è - come dicevamo in premessa - che buona parte della nostra economia è imperniata sull’edilizia. Su poco più di 1.200 imprese artigiane, 550 sono nel comparto costruzioni (almeno un centinaio di più dice presidente degli artigiani delle Giudicarie Narciso Marini, in quanto l’indotto, oltre a muratori e piastrellisti, tocca per esempio anche il sistema della ristorazione con i buoni pasto degli addetti ai lavori). Mentre 287 aziende fanno parte del manifatturiero, 28 dell’agricoltura e selvicoltura, 61 del commercio e riparazione veicoli, 78 dei trasporti, 135 dei servizi alla persona. Come si può vedere, il numero di ditte artigianali impegnate nell’edilizia surclassa tutte le altre attività. Complessivamente in Giudicarie, il quadro per i settori produttivi vede in testa le aziende di costruzioni, con 672 attività, seguite da quelle agricole (482) e dall’industria (403). Per un totale di 1.557 imprese. Mentre sul territorio - e il dato dovrebbe far riflettere - operano 1.801 imprese di servizi. I numeri sono forniti dall’Ufficio Statistica della Provincia, e si fermano al 2012. Nel 2013 il trend non ha subito inversioni. Con si fatto panorama, par ovvio che ci si debba preparare a un cambiamento strutturale dei nostri orizzonti economici. Il cui futuro non potrà più poggiare, come in passato, quasi esclusivamente sull’espansione edilizia. Dovrà essere in grado di guardare altrove. Recuperando in altre attività da inventare, i posti di lavoro che un comparto in recessione, come quello edile, non è più in grado di assicurare.