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Siamo una generazione perdente
Scritto da Adelino Amistadi   
Giovedì 10 Aprile 2014 07:07

Far parte della categoria dei giovani vecchi, o dei non più giovanissimi, o di quelli della terza età, sottintendendo che una quarta età  è ancora lontana dal divenire, mi fa sempre un certo effetto, anche se vantarmi a voce alta di avere quest’anno settant’anni sia un po’ come ribadire che nonostante l’età, ho sempre una buona cera. Evito comunque di far bilanci della mia vita, un po’ per scaramanzia, un po’ perchè convinto che qualcosa di utile vorrei ancora fare. Però mi piace, con gli amici, ripassare la storia che abbiamo convissuto dal dopoguerra in poi, storia di stenti e di resurrezione, di assestamenti e di cambiamenti, di cui ho cercato di lasciarne qualche traccia nei miei libri più dediti alla nostalgia che che alla speranza di un futuro meno movimentato. E’ un po’ fare “contamet”, una specie di  esame di coscienza collettivo come si usava alla fine dell’annata nelle associazioni di paese. Credo che difficilmente quelli che verranno dopo di noi potranno raccontare di mutamenti così profondi nella loro storia, di tensioni sociali, di trasformazioni tecnologiche inquietanti e repentine, mai successe nel passato: in  poco tempo, è cambiato il mondo da capo a piedi.

 

Non so se chiamarla fortuna, ma quando leggo i giornali che parlano di cose passate, per gran parte mi ritrovo con la soddisfazione del dire: ma io c’ero...oh sì, ricordo...ma guarda!

Così mi convinco che la memoria va coltivata, non tanto per rompere le scatole a quelli più giovani nel voler loro ad ogni costo raccontare le nostre vicissitudini, quanto per testimoniare passaggi temporali che hanno segnato la nostra civiltà e la nostra storia dal dopoguerra in poi, soprattutto in tempi come questi dove sembra che, se la burrasca economica passerà, dovremo ricominciare tutto daccapo, magari dallo stesso livello, con lo stesso stato d’animo e con le stesse difficoltà d’allora. Ne sono cambiate di cose! Ho visto morire, a poco a poco, la civiltà contadina. Ho vissuto il tempo in cui si prendeva l’acqua alla fontana con secchie di legno, non c’erano allora né telefoni, né telefonini. C’erano due o tre auto in paese: quella del medico, quella del macellaio e quella di un commerciante di cavalli e di mille altre cose. Si andava a vedere la bella gente che scendeva dalla corriera e che tornava a casa dopo aver girato il mondo, e si sognava di poterli, prima o poi imitare. Le lampadine in case erano da cinque candele, non c’erano termosifoni, i panni si asciugavano sopra la cucina economica e c’era sempre un vago odore di piscio nelle cucine e nelle grandi “ere” che ci portavamo sotto le coperte al freddo ed al gelo. Non c’era la televisione e, nelle sere di maggio, dopo il rosario, rincorrevamo le ragazze lungo le “corti” del paese in cerca dei primi sospiri. A scuola scrivevamo col pennino, facevamo le aste per scrivere bene, e avevamo le dita sempre sporche d’inchiostro. Le scarpe si chiamavano “sgalmare” ed avevano la suola di legno e facevano un baccano del diavolo lungo i corridoi della scuola e fra i banchi della chiesa. Le donne avevano le gonne lunghe e gli uomini il cappello in testa, estate ed inverno, il sabato si andava all’osteria a recuperare i nostri padri ubriachi per riportarli a casa e le mamme li accoglievano imprecando con santa pazienza.

Ricordo le prime elezioni democratiche, ero bambino, i manifesti rimasero sui muri per un decennio, tanto era buona la colla. Ricordo la stella gigante con il Garibaldi al centro, e quello con i comunisti in Vaticano, e le grandi croci in campo azzurro della Democrazia Cristiana, al paese non c’era spazio per nessuno, si era tutti democristiani e poco altro.

Ricordo un vecchio arrotino che abitava vicino a casa mia che si proclamava saragattiano ed un ex austro ungarico che inneggiava all’A.S.A.R. Noi assistevamo al film della nostra vita quasi inconsapevoli, eravamo impegnati a crescere, a diventare uomini, a diventare come “el pupà”. Guardavo i manifesti con dei ragazzi mutilati dalle bombe inesplose che avevano raccolto lungo i campi di segale, e mi piaceva l’Angelo custode raffigurato mentre accompagnava i bambini nell’attraversamento del fiume, noi al torrente andavamo per giocare, a fare dighe, a tirarci i sassi, ad imitare la guerra. Aiutavamo le nostre mamme a portare i secchi di roba da lavare al torrente, poi la sera andavamo a dormire al tramonto del sole e ci addormentavamo con le mani in croce sul petto per non peccare, per non diventare ciechi, come ci aveva detto il parroco. Il maestro ci insegnava la democrazia facendoci votare una volta al mese il capoclasse e facendoci cantare l’inno nazionale e il “Piave mormorava”, in piedi, fuori dal banco di legno torturato da mille intagli delle generazioni precedenti, tutte, come noi, nella blusa nera che nascondeva miseri maglioncini sdruciti con rattoppi un po dovunque e pantaloni corti, per risparmiare tessuto. Ho visto arrivare la rivoluzione industriale in casa con le prime grandi opere idroelettriche che portarono i primi stipendi nelle famiglie, i bar attrezzati di yuke box ci raccontavano del primo Celentano, Rita Pavone, Mina, i giovani che andavano a lavorare lontano  ci raccontavano, al loro ritorno, di come il mondo stesse viaggiando a cento km all’ora, velocità supersonica per quei tempi, preannunciando quello che sarebbe stato il boom economico.

Ricordo la prima radio in casa mia con mio padre che fra una pausa e l’altra del governare le bestie, ascoltava Radio Praga, poi i primi acquisti a rate, il primo televisore in bianco e nero al bar delle Acli, non prendeva molto, quasi niente,  a noi sembrava che nevicasse dentro e fuori, ma ci piaceva lo stesso. Ci fu il primo sbarco sulla luna e da quel giorno la luna non fu più la stessa. D’estate arrivavano le villeggianti che facevano vedere un po’ di gambe e suscitavano “cattivi pensieri” che andavamo a confessare subendo penitenze memorabili dopo assoluzioni con promesse di non ricadere, mai mantenute, ma poi diventammo grandi e molto più indulgenti con la nostra coscienza. Fu allora che arrivò la mia prima cinquecento, bianca con le portiere contro vento, che mi impegnò nel trasporto di animali, di ammalati e partorienti per anni interi. Indossai in quel periodo le prime giacche, ed il solito vestito cucitomi addosso dal sarto del paese, mezzo orbo, che aveva anche sbagliato le misure, ma bacia manina. Avevo finito gli studi, ma avevo si e no quel che serviva per procurarmi le letture preferite dalla BUR, librettini che costavano una cicca. E poi la mia generazione, che fino ad allora aveva camminato con la fantasia, prese a viaggiare sulle strade dell’universo. E si eccitarono gli animi ansiosi di cambiare il mondo, che già stava cambiando ma molto lentamente. Così scoppiò la ribellione del ‘68 che ebbe i suoi effetti, benefici con il senno di poi, sull’intera società d’allora. Quella che non cambiava mai era la politica, in paese continuavano ad essere tutti democristiani, ad ogni elezione si faceva la conta, e si andava alla ricerca di chi aveva tradito, di chi aveva cambiato casacca. Dagli anni settanta tutto cominciò a correre, i giovani se ne andavano, i vecchi chiudevano le stalle dopo aver venduto l’ultima vacca, e le case cominciarono ad essere abbandonate e vendute ai bresciani, in cerca di alloggi per le vacanze. Le illusioni che ci avevano accompagnato cominciarono a crollare con il Muro di Berlino prima e con Tangentopoli poi, e subentrò incredulità, frustrazione ed apatia, si cominciò a non credere più in nulla, caduti ignominiosamente gli eroi dell’idea e della patria, ci accorgemmo d’essere una generazione perdente. Lo dimostra quel che sta succedendo in questi mesi. Oggi c’è più novità nel Papa da poco eletto con sorprendente celerità dalla Chiesa, data per spacciata e davvero risorta a nuova giovinezza, che in questa nostra frusta democrazia che non sa più a che santo votarsi per uscire da una crisi che sempre più assomiglia, negli effetti e nei risultati, al periodo post bellico, uno dei periodi più tragici della nostra storia. Abbiamo capito che la nostra generazione deve lasciare il campo, ce l’ha confermato Monti che messo a capo del governo, ha dimostrato che i vecchi, seppur bravi, saggi e onesti, non sanno più tenere il passo di fronte alla crisi disperata della gente che non ce la fa proprio e se ne sta in silenzio, non grida, e si vergogna perfino di ammettere che sta ripiombando in quella povertà che era quella dell’età contadina spazzata via, in fretta e furia, dalla vita e dalla memoria. I nostri vecchi ci trasmettevano speranza, ora la speranza non basta, occorre dinamismo, concretezza, padronanza delle tecnologie e pelo sullo stomaco, sono i giovani ad esserne dotati. E’ il loro turno. Dio non è morto, siamo noi che non stiamo bene.

Adelino Amistadi