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Se un terzo degli italiani vuole la rivoluzione...
Scritto da Ettore Zampiccoli   
Giovedì 11 Luglio 2013 21:09

La SWG, un istituto di ricerca di collaudata serietà, settimanalmente sforna i risultati di ricerche socio-politiche sugli orientamenti ed umori degli italiani. Nel report della settimana scorsa ha presentato un risultato, che forse è stato poco valorizzato da gran parte della stampa. In sostanza – racconta SWG – il 33 per cento degli italiani ritiene che per uscire dall’attuale impasse istituzionale, politica ed economica, ci voglia una bella rivoluzione. Il 33 per cento è un risultato superiore di quasi otto punti rispetto al gradimento conseguito da Grillo alle ultime elezioni politiche. Se l’antipolitica, come scrivevano i politologi, si è espressa e si esprime soprattutto con un voto dato a Grillo, il termometro segnalato da SWG ci dice che il numero degli italiani che “ non ne può più “ vanno oltre le schiere grilline. 

Che ci sia voglia di fare piazza pulita lo confermano – indirettamente – anche le molte persone che incontro giornalmente e  che ti dicono – pari pari – che in Italia ci vorrebbe una bella dittatura. Illuminata fin che si vuole ma una dittatura che permetta di sciogliere i numerosi nodi che la politica ed i partiti non riescono a scalfire.

Nessuno si augura questo scenario ma la crescente sfiducia nelle istituzioni, nei partiti e mettiamoci dentro anche i parolai dei sindacati è sotto gli occhi di tutti e dovrebbe essere un motivo per cambiare completamente registro. C’è un numero crescente di persone che ritiene che il sistema politico e partitico attuale non sia in grado di dare risposte certe alle attese ed ai bisogni della gente. Certo le cause che hanno portato l’Italia a vivere questo difficile passaggio sono molteplici ed anche antiche, né possono essere analizzate in poche righe. Bisognerebbe partire dai tempi dei governi DC-PCI, che hanno aperto le cateratte della spesa pubblica. Oppure capire quanto il famoso ’68, accanto a qualche motivo buono, abbia contribuito a deresponsabilizzare le persone, facendo credere – ad esempio – che se uno non ha voglia di lavorare la colpa è della società. In nome del ’68 nei posti di lavoro e nella scuola ne sono successe di tutti i colori con schiere di insegnanti – non tutti per fortuna –incapaci ma “sessantottini” che hanno rovinato intere generazioni. E gli esempi potrebbero continuare.

Ma tornando all’oggi quel che mi pare è che la classe politica non si renda proprio conto dei rischi di questa situazione e di questi umori, che salgono nel paese e che non promettono niente di buono. Si continua con le schermaglie di sempre, con i riti interni dei partiti, con la politica degli annunci. Leggete i giornali sia a livello nazionale che a livello locale e ve ne renderete conto. Paginate di chiacchiere, di dichiarazioni, di annunci smentiti il giorno dopo. E nel frattempo la credibilità della politica – ma anche dei giornali che si prestano spesso a queste manfrine – cala di giorno in giorno.

Quel che mi chiedo è se i giornali e la stampa possano o potrebbero avere un ruolo attivo per far capire alla politica che è sull’orlo del precipizio oppure se sia destinata – parlo sempre della stampa – e continuare con lo stile consueto, ovvero uno stile genuflesso e di fiancheggiamento che non aiuta né la politica, né il paese. Per farci capire mettiamo sul tavolo qualche esempio, partendo dal nostro bel Trentino.

Anche il Trentino, nel suo piccolo, ha qualche bel problema che sta venendo a galla nonostante i tanti soldi che ancora arrivano nelle casse della Provincia. Export in frenata, disoccupazione in aumento, consumi in frenata, turismo che fa acqua mentre da oltre due anni si sta inutilmente discutendo se riformare o meno le Apt, ditte che chiudono e giovani trentini che scelgono la via dell’emigrazione. Parlavo giorni fa con una consultrice dei Trentini nel mondo. Mi raccontava del numero crescente di giovani  trentini che arrivano in Canadà o negli Usa e vanno ai Circoli trentini nella speranza di trovare un lavoro. Altro che ritornare in Trentino.

Ebbene mentre accade tutto questo per giorni e giorni abbiamo letto paginate intere sulle primarie del centro sinistra. I colleghi locali hanno scritto migliaia di righe per raccontarci delle primarie e dei drammi più o meno seri che ci starebbero sotto, sopra, dietro e davanti. E i politici lì pronti ogni giorno a farsi fotografare, a rilasciare dichiarazioni, a mettersi  in posa. I giornalisti hanno raccolto dei vari candidati ogni sospiro, ogni pensiero, ogni movimento, trasformando un passaggio politico, che pure merita un minimo di attenzione, in un romanzo a puntate. Ma chi se ne frega e cosa si vuole interessi alla gente che non arriva a fine mese se Gilmozzi vuol prendere il posto di Dellai o se Olivi aspira a mettersi al posto di Pacher.

Un altro esempio : per giorni e giorni ci siamo sorbiti paginate sul Festival dell’economia con Tv e giornali impegnati allo spasimo per riferire parola su parola ( non parliamo poi delle repliche televisive ) le analisi di economisti e studiosi eccellenti, molti dei quali peraltro sono gli stessi che hanno contribuito a creare le difficili situazioni economiche che ora stiamo pagando noi. E per sentirli raccontare i guai prodotti noi poveri tafazi pure li paghiamo e profumatamente ! Un milione di euro o giù di lì. Perché i giornali locali non pubblicano tutte le spese del Festival dell’economia. Pensiamo che i cassaintegrati sarebbero contenti.

Se tutto questo spazio la stampa lo avesse dedicato a scavare nei problemi della gente, ad andare oltre le notizie ponendo ai politici domande precise su scelte e spese degli ultimi anni ( gli argomenti non mancherebbero : operazione Le Albere, Italcementi, Cantina sociale di Lavis, attività di varie Società Partecipate ecc. ) forse avrebbe fatto un servizio migliore alla verità.

Io ritengo che la credibilità della politica potrebbe riprendere se la stampa svolgesse un ruolo di vera controinformazione, stando dalla parte della gente e non del palazzo. Questo dovrebbe significare parlar meno dei politici e delle loro menate, parlarne solo per far loro  il pelo e contropelo, pretendere di sapere come si gestisce veramente la cosa pubblica e non limitarsi a riprodurre comunicati o a porgere con grande ossequio il microfono. Per rimettere in riga i politici ci vorrebbero sicuramente altre regole d’ingaggio e di comportamento ma soprattutto una stampa diversa. Perché l’unica cosa che temono i politici è la stampa e la prima cosa che fanno il mattino è correre a leggere i giornali per capire se, caso mai, abbiano scritto qualcosa che possa dar fastidio.

E’ un obiettivo possibile ? Personalmente sarei un po’ pessimista perché l’informazione di questi anni è cresciuta su compromessi, che spesso hanno messo in ultima fila il dovere della stampa di lavorare per essere libera e informare liberamente. In Italia ci sono fior di giornali che prendono milioni di euro all’anno dallo Stato, c’è una Rai con 12 mila dipendenti mentre ne basterebbe probabilmente la metà, ci sono emittenti locali – accade anche in Trentino – che incassano fior di finanziamenti pubblici per rubriche utili solo per dire quanto sono bravi i nostri politici e le loro associazioni. E con questo contesto pensate che sia possibile cambiar registro ? Forse la prima rivoluzione necessaria in Italia sarebbe proprio quella di creare un diverso rapporto della stampa e dei giornalisti con i politici confronti dei politici e del potere. La rete ci sta provando ma è un terreno certo non facile, anche se sicuramente dà prova di maggior democrazia e libertà di quanto stia dando, parliamo in generale, la blasonata carta stampata per non parlare poi delle TV pubbliche e private.

A proposito di rete…rivolgendosi ai giornalisti nei giorni scorsi Grillo ha detto : “Pentitevi, fate outing e spiegate che siete costretti a occultare, tagliare, schernire per salvare il vostro posto di lavoro. Vi perdoneremo”. Leggendo a manca e a dritta cominciamo a pensare che Grillo qualche ragione possa averla.