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Luca Erzegovesi: «Economia, ora serve una guida responsabile»
Scritto da Denise Rocca   
Venerdì 09 Marzo 2012 08:11

Luca Erzegovesi è professore ordinario di Finanza Aziendale all’Università di Trento. E’ autore di numerosi lavori sui mercati e gli strumenti finanziari, la gestione dei rischi delle banche e la finanza delle piccole e medie imprese. Ha contribuito alla diffusione in Italia dello standard XBRL per i bilanci in formato elettronico. Ha progettato e sviluppato sistemi informativi per la gestione finanziaria e il risk management. Tiene un blog (http://aleablog.net) che è diventato un punto di riferimento sui temi dei confidi e della finanza delle piccole e medie imprese.

Agenzie di rating: cosa sono, perché nascono e qual è il loro ruolo oggi?

Le agenzie di rating sono attori importanti nel mercato obbligazionario dove si trattano titoli rappresentativi di debiti emessi da società, banche, governi. Hanno il compito di valutare la qualità dei titoli raccogliendo informazioni sulla solidità dei debitori che li hanno emessi. Fanno quindi un lavoro simile a un’istruttoria di fido bancaria, ma lo fanno per il grande pubblico degli investitori che non ha il tempo e le competenze per analisi approfondite. La loro valutazione si traduce in un giudizio motivato, il rating, espresso secondo una scala di rischio crescente. Il voto migliore, AAA, va ai debitori che hanno una probabilità remotissima di fallire. A seguire troviamo i rating AA, A e BBB che indicano titoli con probabilità di insolvenza crescente, ma sempre di buona qualità. Scendendo nella scala - BB, B, CCC, CC, C – ci sono debitori via via più fragili.

Le agenzie di rating nascono negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con lo sviluppo del mercato delle obbligazioni ferroviarie. I fondatori sono giornalisti finanziari come Henry William Poor e John Moody. Le due maggiori agenzie operanti oggi, Standard and Poor’s e Moody’s, portano il loro nome. Il ruolo del rating non è cambiato, nella sostanza, rispetto alle origini. Anche oggi le Agenzie classificano il debito secondo una griglia di qualità in modo da orientare le scelte degli investitori in base alla loro propensione al rischio. Il rating aiuta a confrontare i rendimenti offerti dalle diverse obbligazioni: a rischio maggiore corrisponde normalmente un rendimento più alto.

 

Perché sono così potenti?

In una prima fase storica è stato il mercato a dare prestigio e quindi potere alle agenzie. In effetti il giudizio di soggetti specializzati e indipendenti è di grande aiuto agli investitori per ridurre i rischi.

Nel 2004 il potere delle Agenzie è stato sancito ufficialmente da un accordo internazionale in materia di capitale delle banche: l’accordo (noto come “Basilea II”) riconosce i rating come riferimento per classificare il rischio degli investimenti di una banca e quindi il capitale minimo che la banca deve detenere per operare in sicurezza.

Le Agenzie se ne sono approfittate tradendo la fiducia di mercato e autorità bancarie. La crisi dei subprime è potuta esplodere anche per la loro connivenza con le grandi banche di Wall Street, protagoniste di quel mercato: i titoli subprime, pur basati su mutui di infima qualità, esibivano il bollino blu, AAA, e in questo modo attraevano gli investitori più prudenti. Wall Street pagava molto bene il servizio. Le Agenzie tenevano entrambi i ruoli, giudice e consulente, in palese conflitto di interessi. Dal 2007 i rischi nascosti sono venuti fuori e il settore è crollato.

 

Il dibattito sul loro potere è ampio. Da chi sono controllate?

Moody’s è controllata dal finanziere statunitense Warren Buffet. Standard & Poor’s dal gruppo editoriale McGraw-Hill. Fitch  Ratings dal gruppo francese Fimalac. Non penso che le agenzie facciano gli interessi particolari dei loro azionisti. Sono una creatura del sistema finanziario statunitense e lo trattano, naturalmente, con un occhio di riguardo. Sono attori comprimari di una piazza che mantiene saldamente la leadership della finanza globale. Hanno un’influenza notevole sui mercati fuori dagli USA, così come ce l’hanno i grandi di Wall Street o la Fed (la banca centrale americana). Venendo all’attualità, è indubbio che Standard & Poor’s, con i declassamenti di Italia e Francia, abbia impresso una svolta alla crisi del debito sovrano dell’Eurozona. Questo ha indubbiamente accentuato una fuga (già in atto) degli investitori dai nostri BTp, a vantaggio di Washington e di Londra. Ma la colpa della crisi è ultimamente dei paesi europei che hanno reagito in maniera discorde, tardiva, inadeguata.

Il cittadino comune fatica a capire perché la finanza, che gli appare come una cosa molto lontana e alla quale spesso neanche partecipa direttamente, influisce così tanto sulle scelte dei governi e di conseguenza sulla vita di tutti i giorni. Ce lo spiega?

Nell’economia globale c’è un sacco di lavoro per i colossi bancari americani, europei e giapponesi, che dalle loro basi - Wall Street, la City di Londra, Singapore - trasferiscono capitali tra paesi, seguono le società che si insediano all’estero, aiutano i governi a finanziarsi, amministrano i capitali che serviranno a pagare le pensioni.

Sono loro, le grandi banche sistemiche, le protagoniste del dramma che è precipitato nella crisi del 2008. Ma non è tutta colpa loro. I governi le hanno caricate di un superlavoro: prima hanno chiesto di raccogliere capitali per le privatizzazioni e le aste delle frequenze telefoniche, poi hanno fatto piazzare quantità crescenti di titoli di Stato. Poi, per sostenere i consumi e il mercato delle case, hanno chiesto alle banche di dare più credito alle famiglie. La finanza ha contribuito a dare l’illusione di un benessere, di una ricchezza che non aveva però radici nell’economia reale, nella produzione di beni che soddisfano bisogni primari.

Ora i governi di tutti i paesi più ricchi sono ostaggio dei mercati finanziari perché hanno accumulato un debito pubblico enorme, stentano a ritrovare la strada di una crescita robusta e hanno davanti a sé un futuro incerto. I sistemi di welfare non saranno sostenibili con una popolazione che invecchia. Ci sono squilibri enormi nella finanza pubblica e in quella privata. Le banche reggono grazie al sostegno di governi e banche centrali. Se questo sostegno venisse tolto all’improvviso sarebbe il caos globale. Non è facile smontare l’impalcatura.

La tentazione di buttare a mare la finanza in toto è grande in questo momento, ma che cosa ha portato di positivo nella vita reale?

La finanza è stato uno dei fattori più importanti di sviluppo della civiltà europea, dai tempi dei Medici, o della Compagnia delle Indie. E’ un volano potente che libera le energie, la creatività, la tensione a costruire. Può produrre risultati buoni come la crescita della ricchezza, la mobilità sociale, la garanzia del benessere, ma può anche causare bolle speculative, crisi bancarie, disuguaglianza, insicurezza e disordine sociale, fino alle guerre. La crisi che ci attanaglia nasce da un uso sconsiderato della leva del debito. All’origine le intenzioni erano buone: i mutui subprime aiutavano le famiglie a basso reddito a comprare casa; i prestiti al private equity aiutavano la riorganizzazione di imprese in crisi; i titoli di Stato aiutavano i governi a spendere di più per sostenere l’economia e il benessere sociale. La finanza del debito, però, non crea valore, semplicemente lo sposta nel tempo e alla fine presenta il conto, con gli interessi.

E’ utopico pensare di scindere questo legame così immediato fra la finanza e le decisioni dei governi?

Affrancarsi dal ricatto di una finanza che tende ad autoconservarsi non è un’utopia, è una necessità. Basta un caporale per schierare l’esercito in una piazza d’armi. Ci vuole un generale per farlo uscire ordinatamente. E’ vero anche per la crisi. E’ stato facile dispiegare la forza espansiva della finanza. Adesso occorre genialità e grande prudenza per riassorbire gli eccessi accumulati, in modo che i governi, le famiglie, le imprese, si liberino dal peso del debito. Siamo ancora in una fase di interventi straordinari. Ci sono voluti tre anni per mettere a fuoco le cause della crisi e le terapie opportune. Si sono fatti dei passi avanti, ma non c’è ancora una volontà concorde, un soggetto che abbia l’onestà intellettuale e il consenso politico per passare dalle intenzioni ai fatti. Questa debolezza di pensiero e di azione, purtroppo, è più grave in Europa. Occorre far nascere soggetti sociali e politici che abbiano il coraggio di affermare quello che va fatto, e di rischiare, accettando i sacrifici inevitabili, per rilanciare l’economia. E’ un compito per tutti.