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Donati: “Casse rurali locali, porto sicuro”
Scritto da Administrator   
Domenica 04 Dicembre 2011 16:14

Sono tempi drammatici per l’economia mondiale e per l’Eurozona in particolare. Gli organi di stampa raccontano la crisi e il caos sui mercati con un linguaggio che si riempie sempre più di tecnicismi per trasmettere almeno una parte della complessità di fenomeni economici e politici in divenire vorticoso. Abbiamo chiesto a Davide Donati, direttore della Cassa Rurale Giudicarie Valsabbia Paganella di spiegarci termini come debito, spread e l’incubo default.

La crisi in cinque parole?

Europa, perché in Europa siamo, e in Europa dobbiamo sperare di restare. Debito, perché è il nodo che, spingi spingi, è arrivato al pettine. Recessione, è la vera crisi che dobbiamo scongiurare. Preoccupazione è il sentimento generale diffuso degli ultime settimane. Speculazione è l’amplificatore dei fenomeni per cui quando le cose vanno male si fanno andare anche peggio

Cosa sono deficit e debito pubblico?

Mentre il deficit è la differenza fra le uscite e le entrate dello stato in un anno, il debito pubblico non è altro che la somma di tutti i deficit accumulati nella storia del nostro paese. Bisogna precisare che il deficit attuale dell’Italia è generato anche dal costo degli interessi sul debito pubblico che viene di volta in volta rinnovato. Se non considerassimo il costo degli interessi sul debito pubblico già quest’anno l’Italia sarebbe in avanzo (cosiddetto avanzo primario) e non in deficit.

Il deficit italiano 2011 sarà di circa 50 miliardi di euro, mentre il debito è di circa 1900 miliardi di euro che generano in un anno un costo per interessi che è superiore al deficit dell’anno stesso.

Come influisce sulla vita quotidiana avere un debito pubblico più o meno alto da parte di uno stato?

Influisce perché lo stato deve raccogliere dai cittadini delle imposte per pagare gli interessi sul debito e in questo modo non può spenderli in altro modo, per esempio nei servizi, salvo generare ulteriore deficit. Peraltro fin’ora nessuno si è preoccupato di rimborsare questo debito: negli ultimi decenni l’Italia ha sempre aumentato il debito limitandosi a pagare solo gli interessi annuali.

Rispetto al passato sarà inevitabile un aumento delle tasse o in alternativa una diminuzione delle spese, cioè dei servizi che lo stato fornisce ai cittadini.

Se sono trent’anni che l’Italia si indebita, perché proprio oggi questo debito è diventato un problema?

L’attenzione al nostro debito è cresciuta in conseguenza alle vicende che hanno riguardato la Grecia  - che di fatto ha ripudiato il proprio debito – e dell’Irlanda – che ha visto fallire il proprio sistema finanziario e bancario -. Si è venuto a creare così un effetto contagio che si è esteso prima al Portogallo, poi alla Spagna e infine è toccato all’Italia.

L’Italia ha purtroppo due problemi che si intrecciano: uno dei debiti pubblici più altri del mondo avanzato, sia in termini assoluti che in percentuale al proprio prodotto nazionale annuo, e da troppo tempo cresce poco e sempre molto meno degli altri paesi con cui deve competere.

Che cos’è questo famoso spread e perché è così importante?

Lo spread è la differenza tra il rendimento richiesto dal mercato finanziario ai titoli di stato italiani rispetto ai titoli di stato tedeschi. All’inizio dell’anno era circa 160 punti base, poco più di un punto e mezzo in più a sfavore dell’Italia. Questa sera (24 novembre 2011) siamo al limite dei 500 punti base in più, ovvero 5 punti in più. Vuol dire che lo stato italiano deve pagare sul proprio debito un interesse di cinque punti superiore a quello che paga lo stato tedesco sul proprio debito.

Bisogna precisare che l’Italia e la Germania hanno la stessa moneta, quindi l’Italia non può più svalutare la propria lira creando le condizioni per rendere competitivi i prodotti nostrani e di conseguenza le nostre imprese. Il fenomeno che stiamo vedendo, con particolare riguardo alle ultime settimane, è che aumenta sensibilmente il costo della raccolta per le banche e quindi il costo per tutti coloro che si indebitano in Italia. Se un’azienda italiana deve pagare il denaro che riceve in prestito cinque punti in più di una concorrente tedesca questo incide in misura significativa sulla sua capacità competitiva: i prodotti italiani saranno più cari e meno competitivi di quelli tedeschi.

E’ stato proposto di aggiungere nella Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio, che significa?

Il vincolo di pareggio inserito nella costituzione in questo momento costituirebbe un impegno solenne e non derogabile. L’Italia di fatto negli ultimi trenta o quarant’anni ha sempre aumentato il debito quindi se da una parte è vero che probabilmente non potremo più andare avanti così, è vero anche che imponendo costituzionalmente il pareggio di bilancio si istituisce un problema generazionale. Avremo delle generazioni che hanno vissuto beneficiando di uno stato che ha dato loro più di quello che ha ricevuto, aumentando in questo modo il debito, e le prossime generazioni che non potranno ricorrere al debito, per legge, e anzi dovranno anche preoccuparsi di ridurlo.

Parliamo ad un piccolo risparmiatore che ha da parte qualche migliaio di euro da investire, perché deve preoccuparsi?

Forse si è generato un eccesso di paura sui media. Il rischio teorico del risparmiatore è che il proprio debitore non gli restituisca i soldi. Credo però che soprattutto in questo caso si debba distinguere il risparmiatore tradizionale, la maggioranza dei giudicariesi, che ha i propri risparmi nelle banche locali, dall’investitore fai-da-te che ha deciso di investire in prodotti più sofisticati. Nel primo caso i soldi che uno ha in banca non sono soggetti a forti oscillazioni e maturano comunque interessi, magari bassi, ma costanti e certi. Più ci si sposta su prodotti del cosiddetto risparmio fai-da-te più i possibili rendimenti sono superiori ma anche rischiosi.

Se questi investimenti sono in titoli del debito pubblico quanto deve preoccuparsi il nostro piccolo risparmiatore?

Oggi il debito pubblico dell’Italia è per circa il 40 per cento nelle mai di soggetti esteri – all’inizio dell’anno era circa il 50 per cento – questo significa che la crisi di fiducia nel nostro paese si è accentuata negli ultimi mesi e purtroppo continua a farlo: da agosto ha portato a un deprezzamento dei valori dei titoli acquistati. Questo vuol dire che se 20.000 euro sono stati investiti all’inizio dell’anno in titoli del debito pubblico e uno li vuole disinvestire, cioè avere la liquidità a disposizione, ha una perdita di capitale superiore al 20%.

Se invece sono in titoli della banca (obbligazioni bancarie) cosa cambia?

Se sono obbligazioni bancarie non c’è una variazione così significativa di prezzo in caso di vendita del titolo e quindi, almeno nel contesto attuale, il rischio è inferiore.

Quindi cosa consiglia al nostro amico risparmiatore?

Investire i propri risparmi è una cosa seria e importante che va fatta tenendo conto degli obiettivi che uno ha a prescindere dai mercati e dalla speculazione. Se quei soldi non si prevede di consumarli a breve si devono investire tenendo conto della propria disponibilità a vincolarli nel tempo e a cogliere opportunità di rendimenti. Va sempre precisato che a maggiori opportunità di rendimenti corrispondono sempre maggiori possibilità di perdite. Non esiste un investimento sicuro che abbia un rendimento più alto.

Nel passato anche in momenti di crisi di uno o l’altro settore c’è sempre stata un’alternativa nella quale investire i propri risparmi. In questo momento i titoli di stato sono rischiosi, le banche navigano in acque pericolose, anche il mattone sta in crisi. Sono finite le alternative?

Mi sentirei di introdurre il concetto che l’investimento del proprio patrimonio andrebbe sempre raffrontato alle proprie effettive aspettative e bisogni. Ci possono essere beni considerati beni rifugio - storicamente ad esempio il mattone o l’oro – ma tradizionalmente si considerava bene rifugio quello che difendeva dall’inflazione. Oggi l’inflazione è un male a cui, dopo l’introduzione dell’euro, sono state trovate cure efficaci e quindi, almeno per ora, sembrerebbe un rischio remoto. In ogni caso vale sempre la regola di una opportuna diversificazione dei propri investimenti e del proprio patrimonio.

Le previsioni più catastrofiche parlano di rischio default. Ma che vorrebbe dire nella quotidianità della gente?

Storicamente sono stati tanti i paesi che hanno dichiarato il default nella storia, tra i più recenti Messico, Russia e Argentina. In pratica uno stato dichiara che non può più rimborsare i propri debiti, quindi coloro che hanno comprato titoli di quei paesi vedono congelati i propri investimenti e sono costretti ad accettare proposte di taglio dei propri crediti o allungamenti molto consistenti dei tempi di rimborso.

Nel caso della Grecia la situazione è molto più preoccupante rispetto ai paesi che ho citato, perché aderisce all’euro e il suo eventuale default rischia di mettere in crisi la moneta unica. La credibilità di una moneta è la credibilità di un paese, quella dell’euro è la credibilità dell’intera Eurozona.

L’ ipotesi teorica che un paese possa uscire dall’euro non era stata nemmeno immaginata originariamente. Il ritorno alla lira si accompagnerebbe ragionevolmente ad una fortissima svalutazione della moneta, con una conseguente iperinflazione da cui uscirebbero tutti più poveri.

Un piccolo imprenditore qualche tempo fa ha acquistato una pagina sul Corriere della Sera invitando gli italiani ad acquistare Bot e Btp per sostenere il paese. Cosa intendeva fare? E’ un’idea strampalata?

Dal punto di vista teorico è chiaro che se gli italiani si ricomprassero tutto il debito pubblico che lo stato ha accumulato si potrebbe dipendere meno dalle scelte di altri. In pratica ciò è pressoché impossibile, perché il 40 per cento del debito è in mano straniera.

Certo, oggi dare un segnale può anche essere importante per un po’ di fiducia che dobbiamo tutti ricercare: un segnale simbolico in questo senso è l’adesione di quasi tutte le banche al Btp day, lunedì 28 novembre - riproposto anche il 12 di dicembre - con la possibilità per tutti i risparmiatori di acquistare titoli di stato senza commissioni. La vera sfida nelle prossime settimane è quella di invertire la spirale negativa che sta colpendo il nostro paese e recuperare la fiducia che ci meritiamo in Europa e nel mondo.