Home Economia: la parola all'esperto Inflazione o deflazione?

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Inflazione o deflazione?
Scritto da Antolini dott. Alberto   
Sabato 10 Ottobre 2009 12:36

Preferisci un ritorno del tuo investimento del 5% netto con un inflazione al 4% o un rendimento netto prossimo allo 0 con deflazione del 3%?
Se hai scelto il 5% o sei indeciso ti consiglio di leggere l’articolo.

Il risparmiatore è abituato a considerare la remunerazione del proprio capitale soltanto in termini nominali, mentre chi si occupa di investimento deve concentrarsi su obiettivi reali. Sdoganarsi dalla “sindrome del nominale” non è affatto facile soprattutto per chi ha vissuto i periodi di forte inflazione.
Cominciamo da alcune definizioni (www.wikipedia.org).


L’inflazione  indica un generale aumento continuo dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo che genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta. Con l’innalzamento dei prezzi, ogni unità monetaria potrà comprare meno beni e servizi, conseguentemente l’inflazione è anche un’erosione del potere d’acquisto.
La deflazione è una diminuzione del livello generale dei prezzi, l’opposto dell’inflazione. La deflazione non dovrebbe essere confusa con la disinflazione, che descrive semplicemente un rallentamento del tasso di inflazione.
Dopo aver letto queste definizioni esemplifichiamo gli effetti della domanda introduttiva. Per meglio comprendere i meccanismi dello scenario inflattivo inseriamo anche la variabile relativa al consumo. La spesa alimentare annua della famiglia di Tizio è pari a € 5.000.
Qualcuno osserverà che è meglio avere rendimenti netti del 5% in uno scenario deflattivo del 3%, ma per il “paese dei balocchi” bisogna chiedere a “il gatto e la volpe”.
Aver chiaro il concetto di rendimento reale è fondamentale per stabilire obiettivi di performance del nostro portafoglio. Spesso, invece, rimaniamo legati a situazioni passate (la psico-economia classifica questo fenomeno come “ancoraggio”) per giudicare la convenienza economica attuale. Frequentemente gli operatori di sportello si sentono rimproverare: “ma se l’anno scorso la cedola era del 5% oggi mi vuoi dare l’1%?” Questa domanda in prima battuta condivisibile è figlia della confusione sul rendimento reale che viene considerato come una variabile indipendente dall’inflazione.
Ora introduciamo un altro problema: l’inflazione dichiarata è un risultato statistico che a volte non riflette la realtà. Pensate al periodo di introduzione all’Euro: quasi tutti avevamo la percezione che l’inflazione dichiarata fosse fortemente inferiore a quella reale. L’ISTAT calcolava un’inflazione che la percezione della casalinga smentiva categoricamente. La risposta a questo inconveniente è indubbiamente complessa.
La domanda che ci poniamo ora è: per il prossimo futuro ci dobbiamo attendere inflazione o deflazione? Mai come in questo periodo assistiamo a posizioni nettamente contrastanti tra loro relativamente al futuro andamento dei prezzi al consumo. C’è chi è propenso a pensare ad un’inflazione galoppante e chi, invece, ipotizza una strisciante deflazione. Entrambe gli scenari sono di attualità anche se personalmente tendo a credere che potrà prevalere il rischio di deflazione avvalorando quella che gli economisti chiamano “trappola della liquidità” (n.b. ad oggi la maggior parte degli operatori è schierata sul fronte dell’inflazione). I sostenitori dell’inflazione giustamente sostengono che l’enorme quantità di moneta messa in circolazione e gli elevati stimoli indotti dai governi avranno come effetto quello di produrre inflazione anche per la difficoltà di attuare tempestivamente le famose “exit strategy” (manovre per drenare liquidità dal sistema). Il dubbio è sicuramente legittimo, ma credo che la liquidità immessa nel sistema si sia direzionata più verso la speculazione che verso l’economia e per questo motivo la liquidità non ha dissetato i produttori facendo prevedere difficoltà per l’auspicabile ripresa o stabilizzazione. Senza ripresa vigorosa ritengo improbabile fiammate inflattive. Le previsioni ci informano che dovremmo rivedere segnali inflattivi già entro l’anno in corso, ma credo che questo dipenderà molto dal prezzo del petrolio (leggi ancora speculazione). Le banche americane (quelle troppo grosse per essere lasciate fallire) stanno restituendo in parte gli aiuti per essere libere di speculare a loro piacimento e per mangiarsi quelle più piccole (l’informazione del nostro paese non rende noto che nel 2009 sono quasi 100 le banche medio piccole fallite negli Usa). In Italia (Bruxelles ci informa che in Europa le banche italiane sono le più care, con contratti troppo complessi e informazioni poco trasparenti; l’ABI nega) le banche di maggiori dimensioni non vedono di buon occhio i Tremonti bonds ufficialmente per la loro onerosità, ufficiosamente per le regole che il Governo impone ai loro sottoscrittori. Il G20 ha rimarcato che servono regole precise per la finanza, ma ad un anno dal fallimento della Lehman Brothers e relativo rischio di collasso del sistema finanziario le regole sono sempre le stesse (in alcuni casi se possibile peggio).

Antolini dott. Alberto
consulente finanziario
 indipendente
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cell. 333.9334723
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