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Traduzioni e Comunicazione

Tragedia Afghanistan e coscienza europea
Scritto da Paolo Magagnotti   
Lunedì 13 Settembre 2021 21:36

La tragedia dell’Afghanistan che da giorni scorre impietosa davanti ai nostri occhi sugli schermi televisivi porta a chiederci - credo – se sia veramente possibile che esistano esseri umani senza cuore, senza coscienza, senza un briciolo di sentimento di pietà. È struggente vedere mamme che affidano, anzi, gettano nella disperazione loro bambini a soldati sconosciuti per un viaggio di incerto destino.

Questi orribili, mostruosi talebani che in nome di una religione rendono invisibili e riducono a strumenti le più belle e magnifiche creature umane presenti su questa Terra; donne alle quali viene negata ogni dignità umana e legittime aspirazioni a vivere una vita che consenta loro di esprimere e affermare liberamente e sospinte dai loro desideri e sentimenti ciò che in questo modo ogni essere umano ha in cuor suo. Di fronte allo smarrimento nel vedere esseri umani senza coscienza ci conforta vedere che nel mezzo della tragedia vi sono altri esseri umani dalla cui coscienza esce l’esigenza, il desiderio e la forza di strappare dalla morsa dei criminali - come chiamarli diversamente - donne, bambini e uomini per portarli in salvo verso orizzonti, verso luoghi e Paesi a loro sconosciuti ad estranei ma dove almeno possono conservare la loro umana dignità. Dobbiamo tutti abbracciare e ringraziare quei militari, quei diplomatici e altre persone che li affiancano per l’impegno la generosità con cui tolgono dall’inferno sventurati afgani con ponti aerei che dopo i voli ininterrotti che fra il 1948 al 1949 portavano alimenti e altri mezzi di sussistenza per garantire la sopravvivenza della popolazione di Berlino Ovest isolata dall’Unione sovietica nel mezzo della Guerra fredda non avremmo mai più voluto vedere. Dobbiamo riconoscenza e rendere merito alle forze dell’esercito italiano che in questa operazione di salvataggio si sono distinte in maniera straordinariamente encomiabile. Soldati italiani che, unitamente a commilitoni di altri Paesi occidentali, sono stati presenti per molti anni in Afghanistan per aiutare la popolazione e tentare di contribuire all’avvio di un processo di democrazia e libertà nel Paese. L’analisi del fallimento della presenza occidentale in Afghanistan richiede un’analisi che non può essere esaurita in poche righe e che dovrà servire non solo per affidare alla storia questa triste esperienza ma anche per comprendere analoghe situazione in altri Paesi per poi rapportarsi di conseguenza nell’agire. Noi europei, che viviamo, operiamo e ci muoviamo all’interno e all’esterno delle nostre comunità in condizioni di democrazia e libertà, con il riferimento a costituzioni, trattati e documenti nei quali si affermano solennemente valori e principi fondamentali per l’esistenza umana dobbiamo anche chiederci che cosa abbiamo fatto e, soprattutto che cosa dovremmo fare per il futuro nel rapportarci con situazioni difficili e di negazione della libertà e della dignità umana in altri Paesi dove i diritti di cui noi godiamo non sono per nulla garantiti. Dobbiamo pensare a quello che può e deve fare l’Unione europea; quell’Unione europea che è il più grande, e al tempo stesso affascinante progetto di unione di popoli su base democratica mai visto nella storia dell’umanità. Un’Unione europea, peraltro, che al di là di quanto sta scritto nei trattati su cui si basa, e nonostante i grandi risultati ottenuti dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi - la pace, in primo luogo - non è ancora riuscita ad assumere quel ruolo incisivo sul piano internazionale - senza trascurare limiti interni - che con le grandi potenzialità economiche, politiche e militari espresse nell’insieme Paesi che la compongono potrebbe esprimere. L’insieme dei Paesi, appunto; e qui sta l’interrogativo perché purtroppo gli Stati nazionali UE non hanno ancora voluto attribuire all’Unione europea quei poteri necessari affinché la stessa possa promuovere e gestire interventi ad azione all’altezza dei tempi.

Per rapporto alla situazione dell’Afghanistan dobbiamo purtroppo riconoscere che l’Unione europea non ha nei fatti una politica estera, di sicurezza e difesa oggi più necessaria che mai. Nel 1952 i sei Paesi che facevano parte allora della Comunità europea del carbone e dell’acciaio firmarono il trattato istitutivo della Comunità europea di difesa fortemente voluta in primo luogo dal nostro grande statista Alcide De Gasperi, il quale vedeva in tale nucleo difensivo un presupposto fondamentale per portare all’unità la politica estera europea e giungere ad una vera e propria unione politica dell’Europa. Purtroppo l’iniziativa fallì per il voto contrario dell’Assemblea nazionale francese; un fallimento che De Gasperi a Sella di Valsugana pochi giorni prima della sua scomparsa intravedeva e soffriva fino al pianto davanti alla figlia Maria Romana pensando che se si perdeva quell’occasione sarebbero passati molti anni prima di averne un’altra simile.

Attualmente l’Unione europea ha in base ai trattati su cui si fonda una politica estera di sicurezza comune; piuttosto efficace potrebbe essere la “cooperazione strutturata permanente”, la cosiddetta PESCO. Purtroppo la realtà è molto diversa da quanto previsto nei trattati, anche perché in ultima istanza le decisioni si trovano davanti alla ghigliottina dell’unanimità.

È da augurarsi che, a conclusione della Conferenza sul futuro dell’Europa, prevista per la prossima primavera, gli Stati nazionali mettano da parte un po’ di certo patologico orgoglio nazionale per consentire di avere nell’Unione europea una vera e propria politica estera e difesa comune; tenendo pure presente che al di là del doveroso impegno per soddisfare esigenze dei cittadini presenti al proprio interno, l’Unione europea ha la responsabilità di contribuire in maniera significativa a garantire condizioni di pace e stabilità a livello internazionale, oltre ai suoi confini. La coscienza europea rafforzi la sua forza nei confronti di chi coscienza non ha. E l’Afghanistan ne sia nuovi stimolo.