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Traduzioni e Comunicazione

Orgoglio nazionale e sicurezza europea
Scritto da Administrator   
Mercoledì 06 Aprile 2016 22:52

Gli attentati terroristici dei giorni scorsi a Bruxelles mi hanno profondamente rattristato e preoccupato ma non sorpreso. Il mio primo pensiero è andato alle povere vittime innocenti ed ai loro familiari ed amici cui mi sento particolarmente vicino. Da tempo ero convinto che prima o poi la follia jihadista  avrebbe colpito siti simbolo dell’unità europea. Non avrei escluso che i kamikaze fossero entrati nel palazzo Berlaymont sede della Commissione europea o nei vicini edifici del Consiglio dell’Unione e del Parlamento europeo. 

 

Nel passato sono entrato molte volte in questi palazzi sentendomi al sicuro, una sensazione peraltro divenuta priva di certezza negli ultimi tempi.  I terroristi non sono entrati dalle porte di edifici europei ma il loro terribile messaggio l’hanno ugualmente lanciato uccidendo all’aeroporto ed alla stazione della metropolitana di Maelenbeck in prossimità del quartiere europeo, dove sono salito e sceso più volte.

Se tutti gli attentati terroristici di stampo jihadista commessi in Europa sono stati tragici, quello che ha colpito Bruxelles deve portare ai massimi livelli possibili la nostra preoccupazione per futuri atti omicidi e distruttivi.

Non appartengo a quel numeroso gruppo di esperti od anche colleghi giornalisti che dopo l’attentato nella capitale belga e simbolicamente capitale d’Europa si esprimono con certezza su ciò che si sarebbe dovuto fare per evitarli. Non sono un esperto in materia. Una certezza tuttavia la ho. Se i governi nazionali, già da tempo avvertiti dei gravi pericoli del terrorismo strategicamente perpetrato dal sedicente stato islamico ed affini, avessero rinunciato alle miopi ambizioni nazionali ed unito le loro forze per garantire un vero e reale servizio europeo di intelligence, di fronte a tali tragedie avremo almeno potuto dire che è stato fatto tutto quello che era possibile. Questo, purtroppo, non possiamo dirlo. Abbiamo avuto nei mesi scorsi una infinita serie di riunioni del Consiglio europeo con i 28 capi di Stato o di governo che lo compongono incapaci di trovare intese d’unità per fronteggiare eventi epocali. Vi sono stati continui rinvii decidendo di non decidere. Una delle decisioni più grandi è stata quella di chiedere alla Turchia di tenere aperti i propri confini per trattenere i rifugiati mentre Stati membri dell’Europa i confini li chiudevano. E di fronte a questo comportamento, come lamentarci se il governo di Ankara ha aumentato progressivamente il prezzo per togliere disturbi agli europei?

Vorrei riferire le gravi carenze nel condividere informazioni fra servizi di sicurezza nazionali a ciò che è successo con l’area Schengen. Noi eravamo tutti convinti che con l’abolizione dei controlli di confine e l’attivazione del cosiddetto “SIS - Sistema Informativo Schengen” l’interazione fra le intelligence dei Paesi nazionali con il coordinamento di agenzie europee funzionasse molto bene e pertanto ci sentivamo piuttosto al sicuro nei nostri movimenti. Purtroppo così non è stato e non è. Veniamo a scoprire che le gelosie nazionali non hanno consentito di realizzare ciò che ai cittadini europei ed a coloro che da Paesi extraeuropei entrano nell’area Schengen era stato promesso è garantito, sia dalle istituzioni europee sia dai governi nazionali. Per un certo verso possiamo legittimamente dire che ci è stato detto il falso, che siamo stati imbrogliati dalle istituzioni. Io stesso in più occasioni, sia in articoli di giornale e soprattutto nei miei commenti televisivi settimanali di “Qui Europa”, nel sottolineare ed apprezzare, come si potrebbe dire altrimenti, la libera circolazione delle persone all’interno dell’area Schengen, mi sono manifestato convinto di un efficiente sistema di sicurezza all’interno di tale area. Pur non avendone colpa, avverto per un certo senso il bisogno di scusarmi con lettori e telespettatori.

Ora, tuttavia, non si vuole perdere tempo nel recriminare sul passato. Dobbiamo guardare avanti nella speranza che anche gli ultimi tragici eventi convincano finalmente ottusi governanti, mi riesce difficile chiamarli tutti leader, a rinunciare ad assurde ambizioni nazionali e si rendano conto che solo in un contesto di unità e di sicurezza a livello europeo potranno dare maggiori certezze ai propri cittadini.

Mi rendo conto che i sistemi di sicurezza sono strutture estremamente delicate e che chi in esse opera si muove sovente in condizioni pericolose per la propria incolumità. A tutti loro dobbiamo essere grati e riconoscenti per ciò che fanno. Comprendo pure che talvolta atteggiamenti reticenti dipendono da una certa mancanza di fiducia reciproca che trattiene dal fare certi passi. La posta in gioco è tuttavia tale da esigere un passo decisivo verso un sistema di sicurezza europeo con le informazioni che circolano in tempo reale. Se qualche capo a livello nazionale deve sentirsi meno importante perché ha un superiore a livello europeo se ne faccia una ragione: lo deve fare per una maggiore sicurezza di tutti i cittadini. Ed i governi nazionali non si limitino ad accusare la Commissione europea, ma siano loro più responsabili, perché solo loro possono decidere se l’Europa deve essere più Unione e meno deleteria frammentazione.

Al riguardo ritengo che anche la società civile debba muoversi di più, esercitare pressione sui governi nazionali affinché non rimangano mimetizzati nei rivoli del consenso elettorale e si rendano conto che certe scelte possono costare qualcosa all’orgoglio nazionale ma sono e vanno fatte per l’interesse dei popoli europei.