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Emigrazione montana, crisi secolare di un sistema economico fragile
Scritto da Administrator   
Martedì 17 Novembre 2015 13:08

L’attuale crisi economia sta rimettendo in luce un problema secolare: quello della fragilità del sistema economico montano. Minacciato dalla durezza del clima e dalle distanze e quindi dai costi dell’energia e dei trasporti l’economia montana vive in uno stato latente di crisi e di una economia di sussistenza che non riesce a reggere il confronto con quello le città che si trovano nella vallate più grandi ne tanto meno con la pianura e i distretti agricoli e industriale. Questa fragilità ha sviluppato quindi da sempre flussi migratori dalla montagna verso la pianura e i centri più popolosi di varia natura; sia ciclici e regolari, che più acuti nei periodi dei cambi climatici o delle epidemie del bestiame.

In questo ambito gran parte dell’economia era un’economia di sussistenza non basata sullo scambio del denaro, ma valorizzata per proprietà terriere e numero di capi di bestiame. Ogni casa di monte, con la sua stalla, i suoi prati e il suo bosco vicino era una piccola fabbrica di vita e di sussistenza per una o più famiglie. La gente viveva, dignitosamente, in un ambiente duro, ma viveva. La crisi si aggrava con l’avvento dell’età moderna, l’introduzione del denaro, e dell’imposizione fiscale, determinata con valori che venivano decisi nelle città. L’imposizione fiscale a partire dal XIII secolo si fa sempre più pesante e progressivamente  rende impossibile la stessa vita di sussistenza. Significativa la cessione della Val Rendena da parte dei Gonfalonieri di Brescia ai Conti di Arco proprio perché non era possibile raccogliere le tasse. Questo processo di decadenza dell’economia di sussistenza è molto lento e dura quasi sei secoli, alternando periodi di espansione economica, ad esempio con l’espansione della repubblica di Venezia che comprendeva queste difficoltà della montagna, con periodi di contrazione con l’arrivo del governo spagnolo in Lombardia o di quello tirolese nel triveneto. Alla classe dei contadini e degli allevatori che vivevano in quello stato di totale dipendenza dallo sfruttamento del territorio, per un certo periodo si sostituiscono artigiani e commercianti, che molto spesso arrivano dalla pianura. E questo determina anche un primo ricambio delle popolazioni montane a partire dal XIV secolo. Ma l’indebolimento di Venezia a partire dal XVI secolo, i costi delle guerre di difesa dai turchi e successivamente dai protestanti, produce un innalzamento della tassazione che stronca l’economia di montagna con episodi come la distruzione del dazio di Tempesta nel 1768 e la soppressione della rivolta con l’impiccagione dei tre capi a Tione nelle Giudicarie.

L’emigrazione è tornata cronica dopo le guerre napoleoniche, e quelle d’indipendenza che hanno visto staccare i Trentino dalla Lombardia e dal Veneto nel 1859. Ma questo fenomeno migratorio avveniva su tutto l’arco alpino. Lo Stato centrale italiano spostando la capitale da Torino, prima a Firenze e poi a Roma, si staccava da quella sensibilità verso la fragilità dell’economia di montagna, che non può reggere il mercato senza un regime fiscale che integri i maggiori costi. L’economia montana di sussistenza si è progressivamente indebolita fino a scomparire del tutto con l’espansione industriale tra gli anni 50 e gli anni 70, al punto che oggi in piena crisi occupazionale dovuta all’alto tasso d’indebitamento delle istituzioni, l’economia di sussistenza, che sfrutta la ricchezza del territorio oggi abbandonato, è una leva necessaria che va riconsiderata e sviluppata, ripensando totalmente al sistema fiscale e normativo nella gestione amministrativa e fiscale del territorio di montagna. Elemento che fa da cardine al concetto stesso di Autonomia su cui secolarmente si fonda la vita nelle nostre magnifiche vallate. Progettare una nuova vita agricola e artigianale di montagna sostenibile economicamente, sostenuta e coadiuvata da un sistema bancario orientato all’economia di montagna che valuti la bilancia commerciale, le entrate e le uscite per singolo distretto, che comprenda quanto è importante il governo locale delle risorse che non vanno sprecate in opere pubbliche che non siano orientate agli investimenti produttivi e allo sviluppo. E’ necessario che nell’ambito del terzo statuto di Autonomia si ripensi totalmente all’economia naturale e fragile della montagna. I turisti amano la montagna naturale e senza insediamenti. Ma la montagna è anche la nostra casa. Non possiamo lasciarla senza vita per sempre, in modo che diventi solo una bellissima cartolina da spedire a Milano.